La domanda più gettonata durante il mio ultimo viaggio è stata: Ilaria che bello sei in Africa, ma… perché?

Per chiarire le idee, stavolta non ero sola.

In realtà non so nemmeno se fossi stata capace di affrontare l’Africa per la prima volta, completamente sola.

Essere guardata in continuazione, perché visibilmente diversa, è una cosa che all’inizio ti traumatizza, poi ti stordisce e che solo alla fine riesci ad accettare. Proprio in quel momento in cui il tuo biglietto di ritorno ti dice che è ora, ma tu vorresti stare ancora un po’ li.

Perché l’Africa ti abbraccia così come lo fanno gli africani, sia che tu sia nera, sia che tu sia una qualsiasi muzungu, americana o europea, a loro non importa, l’importante è che tu sappia sorridere e ballare.

E aspettare, perché gli orari africani sono tutti dilatati e hakuna matata se salti il pranzo o la cena, c’è vita e il tempo è solo una concezione troppo occidentale perché loro la trovino interessante.

Mentre molto interessante era il motivo per il quale fossi lì:
Ero lì grazie ad una Capacity Building chiamata ITS- Inclusion through Sport, finanziato dall’Agenzia Esecutiva EACEA di Bruxelles, coordinato da aprile 2016 da Mine Vaganti NGO.
Ci trovavamo in Kenya per la conferenza finale e la presentazione dei risultati ottenuti, due manuali e un website (lo trovate qui) assieme agli altri partecipanti del progetto provenienti da 12 paesi diversi: Italia, Romania, India, Filippine, Perù, Argentina, Guatemala, Cameroon, Senegal, Cina, Bulgaria e ovviamente i rappresentanti del Kenya.

Nei manuali che sono stati pubblicati dopo due anni di lavoro e vari progetti nel mezzo, tra cui Argentina, Senegal e altri posti meravigliosi, al quale io purtroppo non ero presente, sono elencate diverse tipologie di attività da poter utilizzare durante l’educazione non formale.

Se vi state chiedendo cosa sia questa parola strana, tranquilli, anche io l’ho scoperto da poco e mi ha letteralmente cambiato la percezione del mondo e in parte…il mio futuro.
L’educazione non formale è un insieme di attività con lo scopo di educare attraverso il “Learning by doing”, senza che ci sia un ordine verticale come accade nelle nostre scuole: un maestro che insegna e un bambino, che passivamente impara qualcosa.
L’educazione non formale rompe le barriere che la nostra società ha creato col tempo. 

Devo essere sincera, all’inizio è difficile.

Sia perché assimilare nozioni passivamente è inizialmente più facile, sia perché la nostra formazione, dalle elementari al master universitario prevede l’educazione formale. E diciamo anche perché noi occidentali siamo un po’ timidi e possiamo avere 5 o 50 anni eppure stringere la mano ad un perfetto sconosciuto (all’inizio) ci fa strano.

Con questo metodo vengono prese in considerazione varie attività molto più divertenti, stimolanti, in inglese, stringendo la mano a persone che vengono letteralmente dall’altra parte del mondo.
Vorrei farvi diversi esempi, ma è molto più carino che proviate voi stessi.
Questi progetti vengono fatti in continuazione e in ogni parte del mondo, vi consiglio di visitare il sito di Mine Vaganti NGO (basta cliccare qui), l’organizzazione che mi ha permesso di fare questa esperienza.

È una Ngo sarda, nata nel 2009, che si occupa di un sacco di progetti fighissimi! Erasmus+, Horizon 2020, EVS e così tante altre cose che vi consiglio assolutamente di fare un salto nel loro sito e pagina Facebook

Non c’è nessun limite: che siate uomini, donne, bambini, anziani, simpatici, brutti, bassi… non importa. 
Importa che siate umani… e che amiate la vita! 

Un po’ come mi ha insegnato l’Africa…

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